L’Associazione lametina “Le Città Visibili” in visita a Lungro, gioiello del cosentino

“Lungro (dal greco “ugros” che significa acquoso, umido, secondo il filosofo e saggista ottocentesco Domenico De Marchis, tesi avvalorata anche dal nome dell’antico monastero di Santa Maria delle Fonti) è…

L’Associazione lametina “Le Città Visibili” in visita a Lungro, gioiello del cosentino

“Lungro (dal greco “ugros” che significa acquoso, umido, secondo il filosofo e saggista ottocentesco Domenico De Marchis, tesi avvalorata anche dal nome dell’antico monastero di Santa Maria delle Fonti) è…

“Lungro (dal greco “ugros” che significa acquoso, umido, secondo il filosofo e saggista ottocentesco Domenico De Marchis, tesi avvalorata anche dal nome dell’antico monastero di Santa Maria delle Fonti) è uno degli otto paesi arbëreshë del Parco del Pollino, fondato da profughi albanesi giunti nella seconda metà del XV secolo. I primi albanesi si stanziarono in questi territori perché erano stati concessi loro da Carlo V e dai nobili della zona per ringraziarli dei servizi che avevano reso all’Italia, dando così origine ad uno dei borghi più solidi e importanti che mantengono tuttora intatto il loro patrimonio religioso e culturale”.

Inizia così l’interessante racconto della guida, Mariella Rose, che, insieme alla signora Maria De Filippo, lungrese doc ha accompagnato i viaggiatori dell’Associazione lametina “Le Città Visibili”, lungo tutto il fascino e le sorprese di questo gioiello del cosentino.

“Dopo la storia dei primi stanziamenti, ci dirigiamo verso l’Eparchia di Lungro, istituita il 13 febbraio 1919 da Papa Benedetto XV per gli albanesi di Calabria e dell’Italia continentale. Scrigno del rito greco-bizantino, custodisce gelosamente antichi riti, usanze e lingua di origine. Ci attraggono subito icone di ogni foggia, vangeli, mosaici, croci e medaglioni pettorali (enkolpia) con pietre preziose e raffinate cesellature. L’oro si irradia prepotente dalle aureole, simboleggiando la luce del cielo dove il sole non tramonta mai e la divinità che non si può contenere. La cappella vescovile prelude alla cattedrale che visiteremo dopo poco; grandi figure si stagliano accoglienti per purificare lo spirito dei fedeli che accedono. L’iconostasi divide Cielo (l’altare dietro l’ingresso, nascosto da tende purpuree) e Terra e sottolinea la distanza tra vescovo e fedeli a sottolineare che dietro quella tenda della porta regale c’è un Mistero profondo e impenetrabile. Le regole sono assai rigide e l’abbigliamento dei fedeli deve essere dimesso e discreto. Molte delle opere sono state realizzate da Josif Dobroniku, mosaicista e iconografo albanese che negli anni 90 si recò a Lungro e vi si stabilì poco dopo. Divenne famoso in tutto il mondo greco-ortodosso attuale e gli vennero commissionati vari lavori, tra i quali i mosaici della Cattedrale, dove sosteremo successivamente”.

Proseguendo nel giro, continua la nota “ci fermiamo davanti ad una struttura recentemente rinnovata e divenuta Museo Storico della Miniera di Salgemma. La signora Maria sfodera un mazzo di chiavi e apre, solo per noi, questo nuovo luogo della memoria che sarà inaugurato nei prossimi giorni. Abbiamo l’onore di entrarvi per primi, grazie all’amministrazione comunale che in via straordinaria ha concesso l’apertura solo per “Le Città Visibili”. Entriamo con riverenza e ci emozioniamo davanti alle foto dei salinari e ai loro cimeli (le medagliette identificative, una macchina da scrivere americana, un’incredibile macchina da caffè per ufficio, pezzi di salgemma e mortai in sale, vecchie insegne), leggiamo i pannelli illustrativi che spiegano le varie mansioni dei salinari e la storia della salina e dei nomi storici che vi ebbero a che fare, da Plinio il Vecchio, che la visitò e ne scrisse, alla regina Margherita di Savoia, che fece dono di un gruppo elettrogeno utile a fornire un minimo di illuminazione alle gallerie.

La cattedrale di San Nicola di Mira, si distingue per la sua vastità rispetto alle altre chiese del circondario. Entriamo e la luce dorata del mosaico del Pantocrator della cupola centrale ci avvolge. Siamo quasi abbagliati dalla rifrazione aurea dei mosaici (opera di Josif Dobroniku) mentre ammiriamo l’interno della chiesa, ma veniamo distratti da un gradito fuoriprogramma: assistiamo al rito della presentazione al Tempio che celebra la prima uscita del neonato insieme alla madre e che sarà seguita, in una data successiva, dal battesimo. Il piccolo Federico rimane tranquillo mentre la voce solenne di padre Arcangelo, che solleva il bimbo verso l’alto, recita le preghiere e ci trasporta in Oriente. È un momento davvero particolare, ma non sarà il solo di questa giornata. Padre Arcangelo si ferma a chiacchierare amabilmente con il nostro gruppo e risponde alle curiosità di alcuni di noi”.

“Dopo una simpatica foto ricordo, usciamo nella pioggia per raggiungere la Casamuseo del Risorgimento, dove pranzeremo (piatti tipici preparati dall’eclettica e appassionata padrona di casa, Anna Stratigò) respirando Storia, tradizioni e ricordi. Anna ci accoglie con entusiasmo e ci racconta della sua famiglia che abita quelle stanze da diverse generazioni e che è parte integrante della storia del Risorgimento italiano: qui vissero il poeta e patriota Vincenzo Stratigò e sua madre Matilde Mantile oltre a musicisti, medici e uomini di Legge. La casa mantiene intatto il fascino originario e custodisce libri antichi, abiti originali ottocenteschi o appartenenti alla tradizione locale. Come sottolinea la padrona di casa, sia le tradizioni che la lingua vanno mantenute e tramandate, custodite e diffuse, non per fanatismo ma per un forte e fiero senso di appartenenza. Ci accomodiamo per pranzare, distribuiti in vari ambienti; un gruppetto di fortunati occupa la stanza col caminetto in cui si trova una credenza a muro che mimetizza un rifugio in cui si nascondeva il poeta per sfuggire ai Borboni. Le sorprese continuano… Anna, oltre ad essere un’ottima cuoca, si rivelerà un’impeccabile intrattenitrice: compone, canta, suona, insegna, dirige un coro (i canti spaziano dall’ arbëreshë al castigliano all’italiano) con cui svolge tournée e gestisce il suo piccolo museo del mate, bevanda ricavata dalle foglie di “yerba mate” tipica del Sud America, che si sorseggia per ore chiacchierando e godendo delle gioie della convivialità (“riti matit”, a cui Anna ha dedicato una canzone). Come avrà attecchito a Lungro per averle addirittura dedicato un museo? Varie sono le congetture…qualche emigrato che lo ha fatto scoprire al suo rientro a Lungro, un omaggio a Garibaldi o semplicemente un rituale condiviso per fare ed essere comunità e rinsaldare i rapporti… Il pomeriggio trascorre intenso e veloce, la pioggia, fuori, è sempre più fitta…torniamo a casa”.