CNA Agroalimentare Calabria lancia l’allarme: i cambiamenti climatici mettono a rischio fino al 90% delle aree vitivinicole italiane entro il 2050. Per la Calabria, terra di biodiversità e viticoltura millenaria, la sfida è salvare identità e territorio, non solo la produzione.
L’allarme sul futuro della viticoltura calabrese
«Entro il 2050 potremmo perdere fino al 90% delle aree vitivinicole italiane a causa dei cambiamenti climatici. Per la Calabria, con la sua viticoltura millenaria e i suoi territori unici, questo non è uno scenario astratto. È una minaccia concreta, che riguarda comunità, economie, identità». A lanciare l’allarme è il portavoce di CNA Agroalimentare Calabria, Giovanni Benvenuto, commentando i dati diffusi nell’ambito del Vinitaly 2026. Una prospettiva che, secondo CNA, impone una riflessione profonda sul futuro dell’agricoltura regionale e sulle strategie da adottare.
Tecnologia sì, ma senza sacrificare biodiversità e identità
Benvenuto mette in guardia da risposte semplicistiche: «La risposta più immediata, e più pericolosa, sarebbe quella di affidarsi unicamente alla tecnologia». Al Vinitaly si è discusso delle Tecniche di Evoluzione Assistita (Tea) come strumenti di adattamento: colture più resistenti, varietà capaci di reggere il nuovo clima, soluzioni innovative per ridurre le perdite. «Ma se ci fermiamo qui – osserva – rischiamo di curare il sintomo ignorando la malattia e di sacrificare la biodiversità sull’altare dell’adattabilità». La Calabria, con i suoi microclimi e la sua straordinaria ricchezza agricola, non può essere trattata come un territorio qualsiasi: «Sono un patrimonio da cui ripartire».
Zootecnia e filiere locali: servono visione e non slogan
Il ragionamento si estende anche alla zootecnia, dove il dibattito pubblico è spesso polarizzato. «Il confronto è ridotto a slogan tra sostenibilità ambientale e tradizione produttiva. Anche lì serve visione, non semplificazione: difendere le filiere locali e le produzioni identitarie calabresi è al tempo stesso una scelta ambientale, economica e culturale». Il rischio, secondo CNA, è costruire un’agricoltura più “resistente” ma anche più uniforme, più fragile sul piano culturale e meno distintiva sui mercati.
La proposta di CNA: innovazione sì, ma radicata nel territorio
«La proposta è un’altra – afferma Benvenuto – usare le Tea, senza diventarne dipendenti, dentro una strategia che rimetta al centro territorio, varietà autoctone e modelli sostenibili. Perché il vero tema non è salvare la produzione. È salvare ciò che rende quella produzione unica». Negli ultimi anni, ricorda CNA, la Calabria ha dimostrato che innovazione e identità non sono in contraddizione. «Il futuro dell’agroalimentare calabrese non si costruisce inseguendo modelli pensati altrove. Si costruisce avendo il coraggio di restare fedeli a ciò che siamo, migliorandolo. Perché nel momento in cui perdiamo la nostra diversità, perdiamo anche il nostro mercato. E il vero rischio non è che cambi il clima: è che, nel tentativo di adattarci, smettiamo di essere noi stessi».
