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Lamezia, Domenico Dara incanta il Grandinetti con 'Cesare Pavese. Tutto è già accaduto'

Lamezia, Domenico Dara incanta il Grandinetti con ‘Cesare Pavese. Tutto è già accaduto’

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Domenico Dara racconta Cesare Pavese: un viaggio dove tutto “è già accaduto”. Un nuovo capitolo di “Caudex Oltre” al Teatro Grandinetti.

Lamezia Terme – All’interno del nuovo format firmato da Sabrina Pugliese, “Caudex Oltre” è andato in scena sul palcoscenico del Teatro Grandinetti “Cesare Pavese. Tutto è già accaduto”.

Lungi dall’essere una semplice biografia dello scrittore piemontese, l’opera si configura come un dizionario dell’anima, un’antologia di aforismi ordinati quasi naturalmente dalla cura sofisticata di Domenico Dara, dove i termini Amore e Suicidio sono l’inizio e la fine di una parabola esistenziale tragica e ineluttabile.

Una messa in scena che intreccia parola, musica e corpo

La rappresentazione prende vita grazie alla sensibile regia di Sabrina Pugliese, che integra le parole di Dara alle note profonde del sax di Vito Procopio.
Centrale è l’interpretazione di Eugenio Nicolazzo, la cui somiglianza con Pavese nei tratti e nello sguardo appare sorprendente, affiancato dalla ballerina Aurora Mastroianni, che dà corpo alle donne “ardenti” e irraggiungibili che il poeta angelizza per poi ritrovarsi, al loro cospetto, tragicamente sconfitto nel faticoso “mestiere di vivere”.

Il mito dell’infanzia e la ferita originaria

Chissà quando si viene davvero al mondo”, sussurra sul palco Domenico Dara, immergendoci in un viaggio onirico.
Per Pavese quel momento coincide con la morte del padre: è qui che inizia una “vita sbagliata”.
Una vita che cerca rifugio nel mito dell’infanzia, in quella collina che vorrebbe eterna, prima che arrivi l’infelicità del sesso a stravolgerne il destino.

Amori impossibili, tormenti e il pensiero costante della morte

Il racconto attraversa le tappe di un percorso sentimentale tortuoso: da Olga, primo amore timido e tragico, a Milly, la donna di spettacolo che non si presenterà mai all’appuntamento, episodio cristallizzato da De Gregori in Alice.
Nessuna donna mi ha mai accettato.”
Questa incapacità di costruire legami sani spinge Pavese sul binario della morte: il suicidio diventa un pensiero fisso fin dai sedici anni.
Dopo un primo tentativo nel 1927, il tormento segnerà tutta la sua produzione letteraria.

L’incontro più devastante è quello con Tina Pizzardo, la donna “dalla voce roca”, la sua vera condanna.
Sarà lei a portarlo al confino in Calabria e a marchiarlo con una frase che lo perseguiterà:
“Tu non sei capace di far godere una donna.”
Al ritorno a Torino, appreso del matrimonio di lei, Pavese abbandona la ricerca dell’amore e cerca la distruzione.
Ogni donna diventa un riflesso di Tina, un oggetto di frustrazione.

La letteratura come rifugio e l’ultimo abisso

Dopo un secondo tentativo di suicidio, Pavese si rifugia nella letteratura.
La scrittura diventa lo strumento per dimenticare l’esistenza e per tentare vane seduzioni, come con Fernanda Pivano.
Ma Pavese cerca il dilaniarsi: insegue donne che non possono ricambiarlo perché, tragicamente, non sa amare.

Mentre i fotogrammi scorrono sullo sfondo come brandelli di memoria, si arriva all’epilogo del 1950.
Il destino ha il volto di Constance Dowling, l’ultima speranza che svanisce con il suo ritorno a New York.

Pavese vince il Premio Strega, ma continua a invidiare le vite “normali” degli altri: un veleno senza cura.
Per lui resta solo l’abbraccio delle ombre.

Il 27 agosto, nel silenzio di una stanza d’albergo, passa in rassegna i suicidi della sua vita.
Le parole finiscono.
Resta solo l’ultimo verso che risuona nel teatro come un monito:

“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”


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