Lamezia Terme

Il Punto di Marco Foti / La poesia incontra il territorio, il dialettofono e l’ingegnere: Lamezia Tèrmi, bbona pinzàta mala ‘ndirizzàta

Una calda giornata d’estate, tra le rose e gli oleandri in giardino a Lamezia Terme, incontro un amico, un poeta che scrive in vernacolo. Cesare Teodoro Mercuri (in arte mecete), nato a Soriano Calabro ma a Serra San Bruno trascorre la sua infanzia all’ombra della Certosa di San Bruno di Colonia.

Diventa Sambiasino (di Sambiase, Comune che insieme agli ex Comuni di Nicastro e Santa Eufemia hanno costituito la Città di Lamezia Terme), e Lametino, dopo essersi trasferito agli inizi degli anni sessanta con l’intera famiglia.

Iniziamo così un viaggio che mai e poi mai avrei pensato di postare. Una circospezione di linguaggio e note distanti dal mio scrivere. È nata così un’intervista che spero piaccia ai lettori del Corriere di Lamezia Terme.

Cesarino (così come tutti lo chiamano) da dove nasce la passione per la scrittura?

Ho dedicato parte del mio tempo libero alla scultura su radici di qualsiasi specie, poi l’amore per la poesia, voce della mia anima, nato d’improvviso nei momenti tristi e felici dell’andar del mio cammino esistenziale, in lingua ma in particolare in vernacolo Sambiasino perché, vedi Marco, se cancelli la voce che riporta il passato, si cancella anche il futuro.

Pasolini vedeva nel dialetto l’ultima sopravvivenza di ciò che ancora è puro e incontaminato: “il dialetto possiede una forza espressiva e descrittiva genuina che scaturisce dal suo verismo; lo strumento che meglio esprime sentimenti, valori, culture, speranze, con cui ripercorrere i sentieri della memoria drasticamente inquinati dalla frenetica vita moderna”. Come tale doveva e deve essere protetto.

Mentre lavoravi presso il Comune di Lamezia Terme interessandoti del territorio….

Si, ho lavorato presso il Comune di Lamezia Terme con le mansioni di impiegato di concetto, geometra, sempre molto concentrato sul lavoro. Nel mio tempo libero, senza alcuna mia forzatura, nel vivere, nel dover affrontare circostanze di vario genere, si verificavano quei richiami dell’anima che dettavano al cuore la partenza di odi poetiche. Adesso sono in pensione e dedico ancora più tempo alle mie opere che nascono sempre dai richiami dell’anima che li trasmette al cuore.

“L’ànima pàrra e llu cori cùnta”.

Il cavaliere Pasquale Funaro, compianto amico di un recente passato, breve ma intenso, studioso calabrese di cultura umanistica e del pensiero filosofico, fu il mio maestro iniziatore della trascrizione fonetica della lingua dialettale sambiasina. Altre persone poi, hanno lasciato le loro tracce sul mio percorso di vita per dare impulso ed il loro sapere a questo mio amore per la poesia.

Tra queste mi piace ricordare il dott. Domenico Mete, cultore di studi popolari ed autore di due Dizionari Storico-Etimologici del dialetto Lametino, e la prof.ssa Filomena Stancati, donna dal nobile cuore, docente di materie letterarie a Lamezia Terme, studiosa di storie locali e tradizioni popolari, autrice di versi in vernacolo e in lingua.

Le tue poesie parlano di amore, fede, una costante simbiosi tra dinamiche socio-culturali e storie locali e tradizioni popolari. 

Sì, è proprio così. È quanto l’anima al cuore detta nei momenti più impensati del giorno, della notte, dell’alba, del tramonto, nei momenti di tristezza, nei momenti di gioia.

Le tue poesie raccontano anche di una Lamezia diversa, cresciuta senza un progetto di conurbazione realistico, inclusiva ed integrata con il territorio della provincia catanzarese e mai decollata come entità autonoma ed indipendente. 

La composizione delle poesie vernacolari popolari che racchiudono tradizioni, usanze, consuetudini, comportamenti, personaggi, usi, costumi, sentimenti della gente di paesi e di un tempo che non sono più, patrimonio da conservare gelosamente e da trasmettere alle nuove generazioni per riscoprire le proprie radici, Lamezia ecco, deve riscoprire le proprie radici che, certamente, possono dar vita alla crescita e all’effettiva unione dei tre ex Comuni (Sambiase, Nicastro e S.Eufemia) che oggi costituiscono Lamezia Terme. Ripropongo un vecchio testo che racchiude il pensiero sulla città.

Lamezia Tèrmi, bbona pinzàta mala ‘ndirizzàta

Cchi rricchìzzi hanù smuntàtu

ppi’ ccriàri ‘na Città

ch”o nc’è mmai stàta!

è rrimàsta supra ‘a càrta

‘ràndi, bèlla e cculuràta.

Tri ppaisi hanù jungiùtu,

ma ccu’ ccòlla assài ‘mbalùsa…

fhatt’ad’àrti ‘mu si scòlla ddi tùtt’’i pàrti?

o ciarvìalli limitàti?

Ppi’ llu numi

a Carònti ‘i l’àutra sponda

hànu pùru scumudàtu…

vìaggi’appizzàtu.

Fhàttu stà

cha’ d’u tìampu d’’ pinzàta

mìanzu sèculu ha ppassàtu (1)

ma Lamezia Tèrmi ‘u nzz’ha ‘ncullàtu

e dd’i trì

unu bùanu ‘i  ‘sti paìsi

‘unn’ ha rristàtu,

‘u mìagghju mìagghju

‘i capu  ‘mpèdi è arripizzàtu.

Sarancìscu e ssant’Antòni,

i Santi Patrùni…

pur’ ad’ìlli ‘n Tèrra e ‘n Cìalu,

hànu fhàtt’annimicàri,

fhiguràmuni si sambiasìni,

nicastrìsi e cchìlli ‘i sùtta ‘a chjàna,

‘nzèma putìanu stàri.

Ppi’ ccriàri  ‘sta Città

‘nu mari e ‘nna muntagna

di ricchìzzi hanù smuntàtu,

si l’avèssi ddi mintumàri tùtti

arrivèra allì vicchjìzzi.

‘Ntra Sambìasi

‘u nc’è cchjù ‘nu fhil’’i vìgna…

d’’a bbanchìna ‘i Jazzarìa ccu’ lli navi,

quantu vìnu ndi parttìa!(2)

Chìlla chjàna

Mussulìni l’avìa bunifhicàta (3)

‘mo è ‘mprascàta,

‘u zzuccarifhìciu ppi’ mmunumèntu,

‘a staziòni c’è ppi’ nnumaru,

pp’attirràggiu l’ariupòrtu,

‘u mari è llùarddu…

chi si fhèrma ‘ntra ‘stu pòstu?

‘U cummèrcciu (4)

nduv’hà jjùtu pùa a Nnicàstru?

quant’e qquanti fhuristìari cci jìano appòsta!

Di Caronti ‘un ndi parràmu (5)

è ssulu ‘na vrigògna,

pur’i ciùati, ch’è ‘nna ricchìzza, ‘u ‘sànu!

Tùtta ‘nzèma, ‘sta Città,

resta ssulu supr’’e càrti

‘ràndi, bèlla e cculuràta.

Fhùrnu cca ppi’  ‘un jjir’avànti,

dicu sulu  ‘n’àutra cosa,

Lamezia Tèrmi

‘na bbona, ma bbona pinzàt’è stata

ma jùarnu dopu jùarnu,

l’hànu mala ‘ndirizzàta

ridducìandu ttri ppaìsi

a llìatu  ‘i mòrti…

‘mu si ‘ncòlla e mm’’u nzì scòlla

‘mo ni rèsta lla spirànza.

Cesarino, una poesia datata ma di grande attualità, specialmente sul tema della mancata conurbazione della città e sulle Terme di Caronte, temi che peraltro ho avuto modo di approfondire su queste pagine, complimenti.

Veniamo ad un momento importante, senza entrare nel merito del tuo vissuto familiare, chi ti conosce sa che la tua sensibilità, la capacità di riflessione, la serietà professionale ti rendono degno di stima e di rispetto. Un’altra figura di alto profilo socio-culturale a cui fai riferimento è il teologo Monsignor Costantino Di Bruno. Nel tuo primo libro “Càntu ppi’ ttìa Vèrgini Marìa!” gridi al mondo la bellezza e la freschezza della tua fede manifestando tutto l’amore per la Madre nostra Celeste, il dono più bello fatto da Cristo Signore ad ogni uomo.

Sì, s’interrompe il viaggio della vita, s’interrompe senza alcun preavviso, subentra il senso di smarrimento e perdi la direzione del cammino fino a sprofondare nel doloroso senso del vuoto.

In questo momento della mia vita incontro un umile uomo, tanto umile quanto grande è il suo sapere, mi porge la mano, spalanca le porte della sua chiesetta e mi affida all’Immacolata Concezione Madre della Redenzione, Monsignor Costantino Di Bruno è l’apostolo che la Provvidenza Divina ha posto al mio fianco per governare la mia vicenda umana. Nel mio cuore sboccia l’amore intenso per la Mamma Celeste. Inizio così, a rialzarmi, e piano piano il pane della vita ricomincia a lievitare e canti d’amorecominciarono a sgorgare dal mio cuore per la Madre di nostro Signore, nasce così“Càntu ppi’ ttìa Vèrgini Marìa!”, la mia prima raccolta di poesie, il mio primo libro.

Monsignor Di Bruno ricorda che “Con Maria nessuno è orfano, il dono più bello fatto da Cristo Signore ad ogni uomo”. Per questo Cesarino desidero ringraziarti, per il momento regalato a me ed ai lettori del Corriere di Lamezia. Permettimi di concludere con una riflessione del Cav. Funaro: “Se letti con pazienza i versi di mecete, se ne potrà sentire l’intensità e la profondità psichica, oltre ad una certa cadenza garbata e curiosa della lingua dialettale di quel Paese che non è più”. Lamezia Terme.

Marco Foti 

Note:

(1)-Lamezia Terme, fu costituita il 4 Gennaio 1968 dall’unione amministrativa dei comuni precedentemente esistenti, Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia Lamezia. Nacque dall’esigenza di creare un agglomerato forte e capace di sfruttare al meglio le grandi risorse presenti sul vasto territorio dei tre comuni.

(2)-Il vino prodotto a Sambiase essendo un vino da taglio (gradazione alcolica molto elevata) veniva esportato tramite i piroscafi posti presso la banchina (molo) di S.Eufemia Marina (poi diventata Gizzeria Lido) oltre i confini della Calabria fino agli Stati Uniti d’America.

(3)-La bonifica della piana lametina (piana di Sant’Eufemia Lamezia) godette di particolare attenzione da parte di esponenti del regime fascista (Luigi Razza, Maurizio Maraviglia) che godevano della possibilità di avere contatti diretti con Mussolini.

(4)-I tre comuni componenti Lamezia all’epoca peculiarità proprie e diversi tra loro. Nicastro era prevalentemente basata sul commercio.

(5)-Le Terme Caronte si trovano a Lamezia Terme nell’ex Comune di Sambiase. La conoscenza delle acque della sorgente Caronte, tra le più importanti d’Italia per la loro provata bontà terapeutica, che danno il nome alle Terme, risale al II° secolo d.C., secondo alcuni storici risalirebbe ai tempi Omerici. In circa mezzo secolo dalla sua costituzione, le varie Amministrazioni Comunali che si sono succedute alla guida della Città, nonostante i grandi propositi e progetti conclamati durante le campagne elettorali, nulla, minimamente nulla, di concreto hanno realizzato per sfruttare questo enorme giacimento naturale e creare così, sviluppo e ricchezza per l’intera Città.