Lamezia Terme, nonostante la sua giovane età, soffre una “crisi di identità”, che si manifesta quotidianamente su più livelli interconnessi. L’unione amministrativa avvenuta nel 1968 si scontra con una identità tripartita dei centri originari. I cittadini di Lamezia si identificano ancora con il loro ex comune di genesi (Nicastro, Sambiase o Sant’Eufemia), esaltando le piccole diversità e le rispettive vocazioni territoriali.
Stenta così a prendere corpo una forte identità culturale univoca, un’idea strategica comune di città che coniughi le diverse anime in una ricchezza complessiva della comunità nel suo insieme. La centralità ed il ruolo di riferimento regionale che erano stati ipotizzati con la nascita di Lamezia Terme non sono percepiti. Ed i motivi sono diversi.
Ritengo che una parte significativa della discussione ruoti attorno alla scarsa valorizzazione del ricco patrimonio storico, artistico e culturale della città, che rappresenta invece la vera radice e risorsa primaria per l’identità lametina. Il territorio vanta una stratificazione storica e culturale di oltre duemila e cinquecento anni, ma l’incapacità di renderne fruibili i segni (come gli scavi di Terina oppure i complessi monastici) impedisce ai potenziali fruitori (cittadini e turisti) di connettersi pienamente con la propria storia. Monumenti storici come il Castello Normanno-Svevo di Nicastro oppure il Bastione di Malta sono spesso citati come esempi negativi, nonostante il loro potenziale turistico e culturale.
Ma la crisi identitaria deriva anche da un concetto non soddisfatto di città sostenibile, obiettivo più volte dichiarato nei documenti di programmazione (come il Piano Strategico e le iniziative legate al PNRR) ostacolato tuttavia da diverse criticità strutturali ed amministrative.
Esiste un divario tra l’aspirazione a diventare un polo di riferimento del Sud Italia e la realtà dei fatti che non deve essere legata ai tempi nostri. Si tratta invece di tornare indietro nel tempo e capire perché ancora Lamezia Terme abbia difficoltà a forgiare un’unica identità civica coesa e proiettata nel futuro, superando le divisioni ereditate dall’unificazione e riconoscendo il valore potenziale del suo territorio e della sua posizione geografica, baricentrica rispetto tutta la Calabria.
Nonostante ci siano progetti finanziati, la loro realizzazione si scontra con una realtà urbana rallentata. Negli anni Lamezia Terme ha ottenuto importanti finanziamenti tramite il PNRR per la “Rivoluzione verde e la transizione ecologica” e le “Infrastrutture per una mobilità sostenibile”. Cito ad esempio la “via dei tre borghi”, che dovrebbe congiungere i tre nuclei cittadini tramite piste ciclabili, contribuendo in termini di infrastrutture al tema annoso della storica divisione tra i tre nuclei urbani.
Sulla transizione ecologica Lamezia ha puntato su progetti ambiziosi, ma deve fare i conti con la gestione amministrativa. Come dire, ambiti di eccellenza e problemi di base. Non dobbiamo dimenticare che la città è stata individuata come sede per la realizzazione della prima “Hydrogen Valley” del Sud Italia, un progetto finanziato con il PNRR per la produzione di idrogeno verde, che rappresenta un’iniziativa di grande rilevanza per la transizione energetica, promuovendo la produzione e l’uso locale di idrogeno nell’industria e nel trasporto, e l’importante riqualifica dell’area industriale dismessa dell’ex SIR. Il tutto entro il 30 giugno 2026.
Il rischio maggiore per l’attuazione di un modello sostenibile non è la mancanza di idee, ma la capacità di portarle a termine. La “desertificazione amministrativa”, ovvero la mancanza di servizi essenziali e di gestione ordinaria efficiente (come evidenziato anche dalle criticità nell’attuazione di altri programmi come Agenda Urbana), mina la capacità del Comune di gestire l’enorme carico di progetti e le scadenze del PNRR.
Buon lavoro Lamezia Terme.
Marco Carmine Foti
