Ecco lo stemma nel nuovo vescovo di Lamezia mons. Serafino Parisi

La composizione araldica vuole richiamare le origini di Mons. Serafino Parisi e la sua formazione e, allo stesso tempo, i suoi valori spirituali e il suo programma pastorale.

Ecco lo stemma nel nuovo vescovo di Lamezia mons. Serafino Parisi

La composizione araldica vuole richiamare le origini di Mons. Serafino Parisi e la sua formazione e, allo stesso tempo, i suoi valori spirituali e il suo programma pastorale.

Partito, d’oro e d’azzurro alle lettere Alpha e Omega, maiuscole, dell’uno nell’altro; al capo attraversante appuntato di rosso, caricato da una croce greca biforcata d’argento, circondata da un’armilla dello stesso.
Lo scudo accollato alla croce astile trifogliata gemmata di 5 pezzi di rosso, e timbrato da un cappello prelatizio di verde con 6 fiocchi per lato dello stesso.
Motto: PER CARITATEM SERVITE INVICEM.

SPIEGAZIONE SIMBOLICO-TEOLOGICA*
La composizione araldica vuole richiamare le origini di Mons. Serafino Parisi e la sua formazione e, allo stesso tempo, i suoi valori spirituali e il suo programma pastorale.
Innanzitutto gli smalti dello scudo che si presenta come un partito, fanno riferimento allo stemma della sua Città di origine, Santa Severina, essendo da quello stemma mutuati. Su queste due campiture si innalzano, assumendo ciascuna lo smalto del campo opposto, le lettere greche Alpha e Omega a simboleggiare la Parola di Dio. Il riferimento è alla formazione del titolare, licenziatosi in Scienze Bibliche al Pontificio Istituto Biblico, oltre che al suo insegnamento delle stesse materie, in quanto docente di Greco del Nuovo Testamento, Ebraico ed Esegesi biblica presso l’Istituto
Calabrese della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli e direttore della Scuola Biblica della sua Diocesi di origine, Crotone-Santa Severina. La prima e l’ultima lettera dell’alfabeto nel libro dell’Apocalisse di San Giovanni sono utilizzate per indicare il Cristo che, Parola di Dio fatta carne, porta a compimento con il mistero della sua morte e risurrezione il progetto salvifico divino. Accogliendo la signoria di Cristo che è «l’Alpha e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine», cioè accogliendo le sue parole e mettendole in pratica, i credenti prolungano nella loro esistenza la missione che il Padre ha affidato al Figlio.
La forza e la guida per la loro testimonianza i cristiani la attingono dallo Spirito Santo, il primo dono di Cristo morto e risorto alla sua Chiesa. Questo è richiamato simbolicamente nello stemma dal capo appuntato (così detto per il suo bordo inferiore che si protende a punta verso il cuore del campo) di rosso, colore che allude al tempo stesso al sangue versato da Cristo nel suo sacrificio salvifico e al fuoco dello Spirito disceso sugli Apostoli nel giorno di Pentecoste. Il capo di rosso richiama così l’amore di Dio che è stato riversato nei cuori dei credenti per mezzo dello Spirito loro
donato e, di conseguenza, richiama la carità pastorale che deve animare il Vescovo nell’esercizio del suo ministero, quell’amore di padre e guida che trova la sua origine e la sua essenza nell’annuncio generoso e fecondo del Vangelo.
Questa idealità è accentuata nella presenza di una croce greca biforcata (cioè una croce scorciata, patente e con i quattro bracci terminanti con due punte aguzze e separate da un taglio triangolare), iscritta in un anello (armilla), composizione che riprende quella impressa in graffito su di un capitello all’interno del Battistero di Santa Severina, struttura che costituisce una delle massime testimonianze del periodo bizantino in Calabria. Si tratta di una immagine dal forte valore evocativo. Se la croce, elemento comprensibilmente molto presente nella simbologia dell’araldica
ecclesiastica contemporanea, richiama in modo inequivocabile il mistero pasquale dal quale scaturiscono le acque salvifiche del lavacro battesimale, essa, circondata come è da un elemento che ha tutta l’aria di un nimbo, sembra espandere la sua vitalità tutt’intorno, ad ogni uomo, in ogni angolo della terra. Nel graffito presente all’interno del battistero santaseverinese l’insieme è accostato da una coppia di colombe, probabilmente un’allusione ai credenti che rivolti a Cristo da lui ricevono luce e vita.

Anche il numero delle punte della croce non sembra casuale: il numero otto richiama, infatti, l’octavadies, il nuovo giorno in cui il Cristo risorto porta la salvezza all’umanità. Ma richiama anche le Beatitudini, che risplendono pienamente in Cristo e devono far splendere la vita del vescovo – e di ogni battezzato – in quanto annunciatore del luminoso Vangelo della salvezza.
Nel nostro stemma la composizione è d’argento, metallo che in araldica, per la sua trasparente brillantezza, può simboleggiare la verità e la giustizia, doti su cui deve poggiare lo zelo pastorale del Vescovo nel diffondere la Parola.
Le parole del motto episcopale sono desunte dalla lettera di San Paolo Apostolo ai Galati: «per mezzo dell’amore siate gli uni schiavi degli altri». Siamo all’inizio della sezione parenetica della lettera. Paolo riassume il suo insegnamento precedente parlando della vita cristiana come una chiamata alla libertà, e precisa il significato e la portata della libertà autentica, contro una visione caricaturale di essa che sfocia nel libertinaggio e nell’immoralità. L’ideale cristiano di libertà è presentato paradossalmente dall’Apostolo come schiavitù. Egli adopera qui lo stesso verbo greco douleuein, «servire come schiavo», adottato in 4,8-9 e 4,25 per designare una situazione cattiva da respingere. Dopo aver dichiarato in 5,1 che i Galati non devono tornare in schiavitù, qui invece li esorta ad essere schiavi. Ciò che sembrerebbe fortemente contraddittorio in realtà non lo è a causa di due precisazioni che offrono una prospettiva completamente diversa. Infatti i cristiani sono chiamati ad essere schiavi per mezzo dell’amore, e ciò che è fatto per amore e nell’amore non è fatto per opprimente costrizione ma liberamente e con gioia. Inoltre il servire cristiano si realizza in una situazione di reciprocità, il che – lungi dal permettere l’istituirsi di un rapporto di unilaterale dominazione – stabilisce una radicale trasformazione dei rapporti tra persone, basata sul dinamismo di amore che viene da Dio, ossia sulla carità, intesa nel suo senso pieno, la carità che risplende nell’esempio di Cristo, che «non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» e ci ha così «amato sino alla fine».

*Don Antonio Pompili
Vicepresidente dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano
Membro associato dell’Accademia Internazionale di Genealogia
Membro associato dell’Accademia Internazionale di Araldica