Violenza di genere, il Collettivo Aurora sul piano regionale: ‘Serve educazione sessuo‑affettiva precoce, prevenzione continua’

Il Collettivo Aurora interviene dopo la presentazione del Piano triennale 2026‑2028 della Regione Calabria: bene i fondi e la rete territoriale, ma servono percorsi più precoci, una visione laica e femminista dell’educazione sessuo‑affettiva e un reale coinvolgimento delle realtà che da anni lavorano sul territorio.

La presentazione del Piano regionale e le risorse stanziate

Lunedì 14 settembre, abbiamo ascoltato la conferenza stampa di presentazione del Piano triennale degli interventi 2026‑2028 della Regione Calabria per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere, approvato lo scorso marzo, durante la quale è stata formalizzata la firma della dichiarazione di intenti tra la Regione Calabria e l’Ufficio Scolastico Regionale ed è stato proiettato in anteprima un video realizzato dalla Calabria Film Commission, che sarà sussidio didattico permanente per gli istituti secondari di secondo grado. La Regione si impegna a mettere a sistema fondi DPCM, risorse regionali (L.R. 34/2025) e fondi PR Calabria FESR FSE+, allocando oltre 6.5 milioni di euro. Saranno circa 300mila euro i fondi stanziati per la prevenzione nelle scuole calabresi, a cura dei centri antiviolenza autorizzati. L’obiettivo sarebbe quello di garantire il funzionamento di un sistema stabile e continuo nella costruzione di una rete territoriale di prevenzione, formazione e intervento che vedrà coinvolti cav/case rifugio, scuole, aziende sanitarie, forze dell’ordine, Comuni e ambiti sociali.

 

Il ruolo dei CAV e la richiesta del Collettivo Aurora

L’impostazione riguardante la creazione di alleanze, capaci di dare un ruolo centrale e un riconoscimento ai centri antiviolenza, che da anni si impegnano sul nostro territorio portando avanti azioni virtuose, è necessaria al fine di affrontare la violenza di genere nella maniera più corretta. Il nostro stesso Collettivo Aurora chiede al Comune di Catanzaro, fin dallo scorso aprile, un tavolo di concertazione e confronto per concordare azioni specifiche e il più possibile ad ampio raggio, per l’educazione sessuo‑affettiva nelle scuole pubbliche, coinvolgendo proprio i centri antiviolenza, e anche le associazioni e le realtà femministe del territorio, capaci di dedicare la propria azione alla costruzione di percorsi educativi nuovi, in grado di mettere in discussione gli iniqui costrutti sociali vigenti alla base della discriminazione di genere.

 

Il contesto politico e il rischio di negazionismo della violenza sulle donne

Crediamo si debba percorrere una strada efficace partendo dalla radice dei problemi, per poter ottenere risultati importanti per tutt, soprattutto nel momento in cui alcune forze di estrema destra provano ad occupare spazio nel nostro Paese, sminuendo e quindi sdoganando, di fatto, proprio la violenza su donne e bambin a cui si fa riferimento, e facendo leva su una presunta tradizione nostrana di cui c’è ben poco da andare fier*. Nel momento in cui pericolose idee misogine e antifemministe escono dalla manosfera e vengono veicolate anche da opinionisti e Men’s Rights Activists, compresi quelli di sinistra, assistiamo alla diffusione del negazionismo della violenza sulle donne: si mettono in dubbio dati ufficiali, si rappresenta la violenza domestica come un fenomeno simmetrico in cui donne e uomini sarebbero parimenti vittime, e si alimentano confusione e disinformazione con l’effetto di ridimensionare un fenomeno la cui radice è strutturale e riguarda rapporti di potere fortemente squilibrati.

 

Dubbi sul sussidio didattico e sui requisiti richiesti ai CAV

Tuttavia vanno fatte alcune considerazioni e precisazioni, a partire dai dubbi che nutriamo rispetto all’efficacia e all’utilità del breve filmato pensato come sussidio didattico permanente e ai requisiti specifici, strutturali e organizzativi, richiesti ai CAV destinatari dei finanziamenti, che costituiscono una questione atavica ma fondamentale per evitare dispersione di fondi e, soprattutto, per sostenere e premiare le realtà virtuose.

 

La prevenzione deve partire dall’infanzia: lo dicono OMS, UNESCO e i dati ISTAT

Inoltre, non ci convince la scelta di concentrare gli interventi di prevenzione e formazione nelle scuole secondarie di secondo grado e cioè di destinarli esclusivamente a fasce d’età avanzate, quando invece sarebbe necessario, nonché raccomandato da autorevoli agenzie mondiali come l’OMS e l’UNESCO, introdurre l’educazione sessuo‑affettiva nelle scuole il prima possibile, strutturando percorsi graduali già dalla scuola dell’infanzia. Abbiamo letto, proprio in questi giorni, da una rilevazione dell’ISTAT, che circa 3 milioni di donne italiane hanno subito una forma di violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni, e che la violenza avviene soprattutto in ambito familiare o da parte di persone conosciute. Risulta dunque evidente la necessità di intervenire già nelle fasce d’età più giovani, attraverso un’educazione capace di fornire a bambin* gli strumenti per riconoscere e rispettare i propri e gli altrui confini: consapevolezza del proprio corpo, consenso, rispetto delle differenze, gestione delle emozioni, riconoscimento delle dinamiche di controllo e degli stereotipi di genere, tra altri argomenti di fondamentale importanza.

 

Interventi tardivi rischiano di essere inefficaci

Un’autentica ed efficace operazione di contrasto alla violenza di genere, che sappia e voglia basarsi sull’educazione come processo paziente e continuo, ha bisogno di tempo. Interventi indirizzati solo a studenti delle scuole secondarie di secondo grado rischiano, dunque, di essere tardivi e slegati da quello che dovrebbe essere un percorso di normalizzazione del rispetto e interiorizzazione dell’empatia, che dovrebbe iniziare ben prima, portando chi apprende, fin dalla tenera età, a riconoscere modelli e stili comportamentali positivi.

 

La scomparsa della parola “sessualità” dal Piano regionale

Ci preoccupa molto, inoltre, la scomparsa totale, dal lessico scelto, della parola “sessualità” e del prefisso corrispondente. La Regione scrive infatti di “educazione all’affettività” e non di educazione sessuo‑affettiva. Una scomparsa che tradisce la volontà di non disturbare troppo la propria parte politica che, con la Legge Valditara, ha posto fortissime limitazioni e obblighi nocivi per l’educazione sessuo‑affettiva nelle scuole. Una scomparsa linguistica che ce ne fa intravedere una sostanziale, nella tendenza a semplificare e appiattire un fenomeno complesso che ha al centro la materialità dei corpi. Corpi che ciascuna persona avrebbe il diritto di imparare a conoscere e di cui avere cura e rispetto fin dalla più tenera età, per poter maturare la consapevolezza e il rispetto dei limiti propri e altrui, per esercitare correttamente il consenso. Non può esistere educazione affettiva senza educazione sessuale, poiché sono profondamente interconnesse.

 

Il referendum supera le 500mila firme

In poco più di un mese, la proposta di referendum «Sì educazione affettiva e sessuale nelle scuole», che proseguirà fino a fine settembre, ha superato la soglia limite delle 500mila firme necessarie. Ci auguriamo vivamente che le persone che abitano il nostro Paese sapranno mostrarsi più consapevoli e responsabili di chi oggi lo governa con rancore e incompetenza.

 

Violenza di genere: includere tutte le soggettività marginalizzate

Ci preme, infine, ricordare che “violenza di genere” non è solo la violenza contro le donne che trova il culmine nei femminicidi, cioè l’uccisione delle donne a causa del loro genere per affermare un potere di controllo e di dominio patriarcale. Parlare sulla violenza di genere significa anche dare visibilità a tutte le soggettività marginalizzate per via del proprio genere, identità e orientamento sessuale. La violenza omolesbobitransfoba è, ad esempio, una specifica manifestazione della violenza di genere, poiché attacca l’identità e l’espressione di genere delle persone al di fuori dell’eteronormatività patriarcale.

 

Il ruolo dei CAV e la necessità di una rete più inclusiva

A livello regionale si è resa palese e si è fatta valere l’importanza dei CAV e delle case rifugio, ed è emerso il ruolo che le competenze presenti al loro interno devono necessariamente rivestire nell’ambito di un piano rivolto alle scuole, nel momento in cui l’accento è posto sul contrasto alla violenza su donne e bambin. Un discorso che voglia essere incentrato sulla prevenzione non può non includere oltre a una lettura delle relazioni, dell’affettività, della sessualità, anche una critica ai rapporti di potere esistenti e strumenti volti al raggiungimento di un’effettiva autodeterminazione. Un’autodeterminazione intesa come piena realizzazione di sé nella società, che deve essere garantita a tutt e che non può prescindere da condizioni di benessere materiale, psicologico ed emotivo.

 

Attesa per i contenuti attuativi del Piano e richiesta di maggiore apertura verso le realtà femministe

In ordine agli ulteriori interventi, illustrati anche troppo sinteticamente dal Piano triennale regionale, restiamo in attesa di conoscere modalità di realizzazione, contenuti attuativi e risultati dello stesso Piano triennale regionale che potranno testimoniare la validità del percorso intrapreso e delle scelte effettuate. Nel frattempo, riteniamo che la Regione Calabria dovrebbe garantire una maggiore apertura verso le realtà femministe, attraverso il loro inserimento nella Rete regionale e nelle Reti territoriali, nonché un maggiore coinvolgimento delle stesse realtà femministe e di figure specializzate e accreditate per percorsi formativi ed educativi continuativi e incisivi, in grado di fare emergere le criticità strutturali, insite nella nostra realtà patriarcale, e rimuoverle, al fine di evitare che fenomeni di violenza di genere possano continuare ad aver luogo. Grazie a una lettura della società e a un’educazione sessuo‑affettiva laica e femminista è veramente possibile prevenire gli abusi e rimediare alla persistenza e al rafforzamento degli stereotipi di genere e delle forme di esclusione e oppressione che ne conseguono.